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sabato 9 ottobre 2010

«Comunisti e Sel uniti alle prossime elezioni»

Intervista a Oliviero Diliberto

di Andrea Fabozzi su il manifesto – 8 ottobre 2010

«Abbiamo 22mila iscritti, prima del tragico 2008 erano 30mila, una struttura organizzata in tutto il territorio nazionale, da due anni facciamo le liste con Rifondazione ma quando ci siamo presentati da soli abbiamo preso il 3%, insomma ci siamo anche se fuori dal parlamento e dai mezzi di comunicazione». Oliviero Diliberto parla del partito dei Comunisti italiani del quale è segretario da dieci anni.

Perché ci sono ancora due partiti comunisti?
Non dovrebbero. Noi siamo pronti a rimettere insieme in un unico partito quelli che sono rimasti comunisti e a fare un’alleanza, una federazione, con tutte le forze della sinistra, innanzitutto con Sinistra e libertà. La Federazione della sinistra deve allargarsi, se resta la somma di Prc e Pdci, più altri compagni stimati, rischia di essere una finzione. Questa è la nostra posizione, il nostro congresso l’anno prossimo avrà al centro l’obiettivo di ricostruire il partito comunista. Per il resto rispettiamo il dibattito che c’è in Rifondazione e in Sinistra e libertà, tuttavia una risposta è urgente.

Senza mettere in discussione il nome e il simbolo comunista?
No, ci rivolgiamo innanzitutto a chi si sente ancora comunista. Che guarda cioè a un orizzonte dove ci sia il superamento degli assetti capitalistici. Naturalmente siccome questo non è all’ordine del giorno bisogna mettere in campo una strategia di alleanze per fare più forte la sinistra. E dare un segnale a quelli che sono disorientati in ragione delle nostre divisioni.

Che segnale?
Lancio una proposta: alle prossime elezioni la Federazione della sinistra e Sinistra e libertà si presentino insieme almeno al senato. Una lista che sia una «bicicletta» con i due simboli in modo tale che risulti chiaro che non stiamo unificando niente ma che facciamo un passo nella direzione dell’unità.

Com’è possibile, visto che Vendola correrà per diventare candidato premier e voi escludete di governare con il Pd?
La storia del mio partito dimostra che non siamo pregiudizialmente contrari ad andare al governo. Ma oggi non ci sono le condizioni per governare con il Pd e lo dico con rammarico. Il punto è che se provassimo un accordo organico faremmo del male al Pd e a noi. Esempio: per la Commissione europea l’Italia dovrà rientrare pesantemente dal suo debito. Dovesse vincere, sarebbe un problema del centrosinistra. Non siamo in condizione di farlo con equità, non con questo Pd dove prevale il rapporto con Marchionne. Anche se devo riconoscere che Bersani sta correggendo la rotta e parla di centralità del lavoro.

Questi problemi ci saranno anche fuori dal governo se intendete appoggiarlo in parlamento.
Con il Pd dobbiamo fare un patto su alcune grandi questioni democratiche – difesa della Costituzione, legalità, informazione. Poi dobbiamo fare un patto di legislatura su almeno tre cose che vogliamo portare a casa: lotta al precariato, scuola pubblica ed equità fiscale. Sono cose che anche il Pd può accettare. Un patto del genere ci eviterebbe di ripiombare nella situazione dell’Unione quando si aprivano fibrillazioni quotidiane.

Ma su quello che resta fuori dal patto come fate a impegnarvi?
La logica di questo accordo vuole che noi saremo leali complessivamente ma che porteremo a casa almeno questi risultati. È un po’ come la Lega con il federalismo rispetto al governo Berlusconi. Faremo dei compromessi, ma non vogliamo ripetere l’errore di dividerci come nel 2008 e neppure quello di litigare in continuazione.

Un bel pezzo del Pd continua a non fidarsi e non vuole comunisti nell’alleanza.
È Veltroni che conduce questa campagna con strumentalità delinquenziale. È lui che ha rotto con la sinistra consentendo a Berlusconi di avere la più grande maggioranza in parlamento. Lui che lo ha rimesso in sella scegliendolo come interlocutore per la riforme, lui che ha fatto cadere Prodi. Dopo tutto questo io mi sarei rifugiato nella foresta pluviale amazzonica che è più impenetrabile dell’Africa, Veltroni invece è ancora lì che pontifica. Immagino però che il Pd si renderà conto che un’alleanza è obbligatoria visto che verosimilmente si formeranno tre poli: Berlusconi con la Lega e Storace, Fini con Casini e Rutelli e Bersani con Di Pietro e la sinistra.

Uno schema che vi piace?
Sì perché non credo che il Pd sia in condizione di fare un accordo con Casini e Fini che perderebbero immediatamente i loro voti.

Come starebbe in piedi un governo di sinistra appoggiato dall’esterno e con due opposizioni?
Può provarci perché quel centro robustamente conservatore, immagino sostenuto da Confindustria e dalla Cei, toglierebbe voti alla destra. Anche il primo Prodi aveva due opposizioni visto che la Lega era divisa da Forza Italia e An.

Parteciperete alle primarie di coalizione?
Per noi lo escludo ed evito di indicare preferenze perché rischierei di danneggiare il prescelto.

Neanche Vendola?
Con Sel dobbiamo fare un patto di azione comune che renderebbe più forti anche loro nel caso dovessero entrare nel governo. Mi rendo conto che è un argomento delicato perché non è passato tanto tempo da una scissione, ma ho già proposto alla Federazione di sostenere Vendola alle primarie. In questo caso posso dirlo senza danneggiarlo perché è già percepito come il candidato più a sinistra. Due anni fa si è candidato alla guida di un partito che si chiama comunista.

giovedì 9 settembre 2010

A sinistra del Pd: partito cercasi

di Cesare Salvi su il manifesto – 9 settembre 2010

A proposito dei condivisibili ragionamenti svolti questa estate da Alberto Asor Rosa su il manifesto e del dibattito che ne è seguito.
Partiamo da una premessa: l’Italia è una repubblica parlamentare, non presidenziale. Lo ricordiamo sempre a Berlusconi, qualche volta fa bene ricordarlo a sé stessi. La differenza fondamentale è che nei sistemi presidenziali il capo del governo è eletto direttamente dai cittadini, in elezioni separate anche temporalmente da quelle del Parlamento. Egli dal Parlamento non deve avere la fiducia, anche se ha bisogno del consenso dell’Assemblea (come Obama sa) per far approvare le leggi che propone.
Nelle democrazie parlamentari, invece, il capo del governo non è eletto direttamente, ma è scelto dopo il voto, sulla base dei risultati ottenuti nelle elezioni parlamentari delle diverse forze politiche. Anche nelle democrazie parlamentari i partiti indicano un candidato premier, se lo ritengono una coalizione, e un programma. Se in Parlamento un partito o una coalizione ha la maggioranza, si provvede come indicato preventivamente. Altrimenti, senza drammi, i partiti decidono quale governo formare. Può essere quello non indicato dagli elettori: è successo in Germania nella precedente legislatura e in Gran Bretagna in quella attuale. Il punto che voglio sottolineare è che nelle democrazie parlamentari la decisione definitiva sul governo la prendono i partiti in Parlamento.
Perché tutto questo ragionamento? Per dire che le primarie non possono svolgere in un sistema parlamentare la stessa funzione che svolgono negli Stati Uniti. Tanto è vero che in Gran Bretagna non esistono, e l’unico paese europeo che vuole introdurle è la Francia, dove appunto si elegge il Presidente della Repubblica in via autonoma e separata rispetto al Parlamento.
Per questa ma anche per altre ragioni le primarie non mi hanno mai persuaso, e l’ho detto e scritto dal primo momento, diversi anni or sono. Se si ritiene di farle lo stesso, deve essere ben chiaro che non si sceglie il candidato da proporre a un’elezione monocratica, ma si propone il leader di una coalizione. E’ questa la ragione per la quale non ha senso contrapporre, come mi pare faccia il compagno Vendola, l’idea delle primarie a quella dell’alleanza democratica. Infatti, comunque, alle elezioni una coalizione dovrà pur presentarsi. O si propone il partito unico (e mi pare che nessuno lo stia facendo) oppure il candidato dovrà dire, fra le altre cose, da quali forze politiche ritiene debba essere composta l’alleanza che si presenterà alle elezioni. Insomma, i partiti non solo ci sono (anche se possono non piacere) ma ci saranno alle elezioni, che, ripeto, sono per il parlamento e non per il capo del governo. Spetta a chi si candida a governare l’onere di dire quale alleanza ha in mente.
Insomma le primarie non sono un diritto irrevocabile del popolo ( capisco il linguaggio immaginifico, ma a volte bisogna essere concreti) ma uno strumento che, una volta scelto, non è un valore in sé, e impone l’onere di spiegare bene dove si vuole andare a parare.
E qui veniamo alla sinistra. La Federazione della sinistra non è un cartello elettorale tra i due partiti comunisti. Essa si propone di unire la sinistra italiana e per questo nel documento che è alla base del prossimo congresso (chi è interessato può leggerlo nel sito www.federazionedellasinistra.com) chiede a tutti i cittadini e agli altri soggetti politici della sinistra, a partire da Sel, di concorrere a questo progetto, che richiede il più ampio concorso di forze. In questo momento le proposte politiche della Federazione della Sinistra sono due: alleanza democratica, unità a sinistra. Leggo molte polemiche sulla prima, nessuna considerazione sulla seconda. Eppure non mi pare secondario porsi il tema se serva una forza politica della sinistra che, a partire dal 6/7% dei consensi delle ultime elezioni, svolga in Italia un ruolo di progresso, di rappresentanza del mondo del lavoro, di critica al capitalismo neoliberista.
Tanto più nel momento in cui sembrano avvicinarsi le elezioni anticipate, sarebbe utile che a sinistra invece di polemizzare si discutesse di come unire, nelle forme che si vedranno, le forze politiche e i cittadini di sinistra. Mi pare un problema serio, almeno quanto quello delle primarie.

mercoledì 1 settembre 2010

Bersani si ricordi i danni del Mattarellum

di Cesare Salvi su il manifesto del 31 agosto 2010

Nelle moderne democrazie i sistemi elettorali svolgono due funzioni. La prima è quella di trasformare in seggi i voti avuti dalle forze politiche, la seconda riguarda la scelta dei candidati da eleggere. I due aspetti non vanno confusi.
In particolare, il collegio uninominale può servire al funzionamento maggioritario del sistema, ma può anche essere usato in un sistema proporzionale (come ad esempio la legge elettorale italiana per il Senato prima della riforma del 1993). Nell’Italia della seconda Repubblica si è adottato il sistema maggioritario; dapprima, con la legge Mattarella, attraverso i collegi uninominali; successivamente, con la legge Calderoli (approvata nel 2005), con il premio di maggioranza e la lista bloccata. In entrambe le versioni, questo sistema non ha prodotto nessuno dei benefici auspicati dai suoi proponenti: non vi sono state maggioranze stabili e coese, non vi è stata riduzione della frammentazione partitica, non vi è stata un’effettiva scelta degli eletti e il corrispondente radicamento nel territorio.
Sotto quest’ultimo profilo, chi auspica il ritorno alla legge Mattarella dovrebbe ricordare la spartizione che ciascuna delle due coalizioni faceva dal centro, con i conseguenti candidati paracadutati dall’alto. Abbiamo avuto insomma i danni del maggioritario, ma nessuno degli attesi benefici.
Per passare dal discorso sistemico a quello politico, è per effetto del sistema maggioritario che Berlusconi e Bossi hanno trasformato la maggioranza relativa di voti in maggioranza assoluta (che nel paese non hanno). Basta fare quattro conti. L’impressione di un’Italia nella quale Pdl e Lega hanno un largo e invincibile consenso tra i cittadini è un effetto distortivo dovuto appunto al sistema maggioritario. Nelle ultime elezioni regionali il Pdl ha avuto il 30 per cento e la Lega il 12 per cento. Con un sistema di impianto proporzionale, non avrebbero in Parlamento la maggioranza per governare. La legge maggioritaria grava sulla politica italiana come una gabbia di forza, comprime il pluralismo politico e ideale presente tra i cittadini prima ancora che tra le forze politiche, tende ad espellere della rappresentanza i punti di vista diversi da quelli dominanti.
Da tempo sono convinto che una legge elettorale simile a quella tedesca sia la via da seguire per ridare vitalità alla democrazia italiana, anche incentivando la partecipazione al voto. Quel sistema ha un impianto proporzionale corretto dalla clausola di sbarramento. Sulla base dei dati delle elezioni più recenti (parlamento europeo e regionali) entrerebbero in Parlamento i cinque partiti di adesso nonché la sinistra, se unisse le sue forze. All’obiezione che così i governi non li scelgono i cittadini, si può rispondere (oltre che citando i danni che tale idea ha introdotto in un sistema che rimane parlamentare), che nessun sistema maggioritario, tranne la legge Calderoli, che è un unicum mondiale, garantisce al partito o alla coalizione che arriva prima la maggioranza assoluta in parlamento; e ciò nonostante sono già in crisi.
Anche per quanto riguarda la possibilità dei cittadini di scegliere i propri rappresentanti, il sistema tedesco offre una buona soluzione. La metà dei parlamentari è eletta con il collegio uninominale, l’altra metà, ai fini del riequilibrio della rappresentanza, su liste bloccate molto corte. Questo meccanismo è migliore del voto di preferenza, che non dà una buona prova di sé nelle elezioni regionali e delle grandi città, sul piano della trasparenza e della qualità della politica.
Giusto complemento della riforma elettorale sarebbe una legge di attuazione dell’articolo 49 della Costituzione (quante giuste intuizioni rimaste disattese nei nostri padri costituenti!) che preveda, come appunto in Germania, l’onere dei partiti di adottare metodi democratici nella propria vita interna, anche e soprattutto per la scelta dei candidati.
Si giungerà in Italia, in questo Parlamento o nel prossimo, a nuove regole elettorali che contrastino la crescente degenerazione della politica? Non è facile essere ottimisti. Ma credo questo sia un tema che richieda un impegno anche culturale: come si diceva un tempo, una battaglia delle idee.